La società odierna ci costringe all’adozione di mezzi di analisi più funzionalmente commisurati alla sua stessa natura, un assunto che Fulvio Carmagnola, docente di estetica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano, sostiene lungo tutto il dibattimento, deciso per un approccio frontale e più tradizionalmente accademico rispetto ai suoi predecessori.
Partendo dal testo, e pretestualmente, Carmagnola insiste sul carattere fondamentale di una sempre maggiore contiguità fra sistemi. In Design and Crime, il primo dei quattro libri scelti, Hal Foster parla di Arte e Design come di domini ormai sovrapponibili. Entrambi, infatti, progettano l’apparenza, il design sconfinando sempre più nell’arte, nella pratica del bello kantianamente inteso, ovvero "ciò che piace universalmente senza concetto", distinto dall' utile e slegato da qualunque fine teleologico. Il Design smarrisce il suo obiettivo, la sua funzione, spingendosi sempre più nel terreno dell’estetica. L’oggetto di design non risponde più alle regole della progettazione ma a quelle del gusto: il suo pubblico di riferimento è l’utenza indifferenziata e sensibile alla sola istanza estetica.
Carmagnola continua con il libro di Marco Senaldi che, ne “Il permesso di soggiorno. Il design senza fissa dimora”, sostiene l’equivalenza tra design e il progetto di un desiderio tradotto nella molteplicità incalcolabile di forme attuabili. Un desiderio perennemente irrisolto, rispondente alla categoria dell’immaginario - lacaniamente parlando - “l’istanza acefala e molteplice che ci dice come dobbiamo desiderare”; ma il desiderio in questione non è quella “forza sociale e culturale che spinge gli esseri umani e li manda avanti”, lo stimolo a procedere in una direzione di accrescimento intimo e collettivo, quanto un peregrinare inesorabile da un oggetto all’altro di desiderio, reiterato e perpetuo.
Al contrario, continua Carmagnola, il design dovrebbe afferire al dominio del simbolico, a ciò che “condensa una potenza di legame”. Il simbolico veicola significati che permangono, legano, all’opposto dell’immaginario che è produzione seriale di significanti senza significato. Tuttavia ci si domanda, “è mai esistito il simbolico? Forse no, ma una volta ci credevamo”, afferma Carmagnola. L’epoca del simbolico era quando il design cercava di esorcizzare il rischio di disgregazione del simbolico stesso. Quando il prefissarsi dell’obiettivo ultimo, l’equilibrio tra forma e funzione, rappresentava la volontà di attribuire, prioritariamente, un valore all’oggetto prodotto che fosse strumentale ed etico, a prescindere dal raggiungimento o meno dell’obiettivo stesso.
L’impossibilità di fermare il desiderio e di stabilire una relazione irripetibile fra l’oggetto desiderato e l’individuo che desidera (a causa di un riflesso condizionato che spinge a desiderare indistintamente “tutto”) è parallela all’impossibilità di circoscrivere criteri di valutazione per il design stesso e più marcatamente per l’arte. La quale, non più supportata dai canoni estetici tradizionali di armonia ed equilibrio, e dunque non più tutelata dalle categorie classiche e riconosciute di bellezza, per proclamarsi tale deve attendere l’elezione da parte dell’Autorità, il giudizio di critici e di esperti che decidono cosa è Arte e cosa non lo è. Non solo ma l’oggetto, per essere riconosciuto opera d’arte, deve essere posizionato, attivato; nell’epoca dei significanti alla deriva, infatti, l’efficacia dell’enunciato artistico è determinata dalla sola posizione di enunciazione, dalla collocazione o progettualità che dir si voglia.
Qualcosa di simile accade anche per il design. L’oggetto di design, non più leggibile alla luce delle categorie classiche di forma funzione, e sempre più spinto verso l’irrazionale del bello fine a se stesso (emulo della concezione estetica classica), può essere analizzato e valutato solo se si adottano “posizioni poetiche che sono anche etiche”. L’esempio di Droog Design è emblematico in questo senso: nel 2005 il celebre studio si presentò al Salone del mobile con un libretto di assegni su cui erano stampati prodotti di design, dei quali veniva chiesto di stabilire un valore economico. Un’esortazione a riconsegnare il prodotto alla sua identità di merce, con riferimento al reale (terza e ultima categoria lacaniana), ma allo stesso tempo un’incitazione a riflettere sul ruolo del consumatore, sempre più portato a desiderare il desiderabile. Critica serrata nei confronti di un cieco comportamento consumista rintracciabile anche nel progetto del gruppo canadese di pubblicitari Adbusters, continua il Carmagnola, il cui lavoro è sintetizzato nel libro “Errore di sistema”. L’obiettivo del gruppo è, più dichiaratamente, quello di “riforgiare il modo in cui immaginiamo la vita del xxi secolo, di produrre un’ecologia mentale attraverso il "detournement" (il rovesciamento) delle immagini più diffuse e celebrate dell’universo mediatico”.
Modelli, questo e il precedente, che in nessun caso mirano a ristrutturare da cima a fondo il sistema nel quale viviamo attraverso un’azione risolutiva e definitiva. L’obiettivo non è cercare di venirne fuori, sostiene Carmagnola, ma rendersi consapevoli delle dinamiche attuali e acquisire i mezzi per lavorarci.
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