Cosa c’entra il design con una mezza dozzina di uova? Ce lo ha spiegato ieri sera Blumer in un divertente incontro del ciclo “alla Castiglioni” tenutosi in Design Library .
Grande comunicatore dal sorriso franco, si rivolge alla folta platea con marchingegni degni di un uomo “universale” e con esperimenti che lo avvicinano più a un alchimista del design che al designer tout court. E’ Riccardo Blumer, architetto e designer, Compasso d’Oro nel 1998 per Laleggera, seduta disegnata per Alias di soli 2,4 kg, un esempio di struttura scatolare.
Come gli “esercizi fisici di architettura” che fa sperimentare ai ragazzi che seguono i suoi workshop e che imparano a misurare e a capire l’architettura attraverso il proprio corpo e non attraverso i concetti, Blumer ci propone di sperimentare gli “Esercizi fisici di design”, uno spaccato del metodo progettuale che usa nel suo lavoro.
Non ama definirsi un “designer” eppure ama il design proprio perché “è verificabile, è rompibile, si può farlo in scala 1:1” e ama l’aspetto sperimentale delle cose: “il tema non è inventare delle cose, ma è rimanere affascinati dalle cose della vita. Perciò faccio esperimenti.”
Comincia il suo racconto partendo dall’uovo, e con l’ausilio di una macchina inventata ad hoc per misurare la capacità di tenuta delle uova sotto sforzo. Impariamo che 12 uova, di 60 gr circa l’una, possono sostenere una persona di 50 kg, ma anche 5 uova resistono e infine anche 3 uova, ben disposte nel macchinario, sanno sostenere i 50 kg della “principessa sulle uova” (improvvisata valletta resasi disponibile per l’esperimento).
Una seconda macchina sperimentale, per semplicità una pressa collegata a una bilancia, ricerca il punto di rottura dell’uovo vuoto: ci mostra la tensione che si accumula sotto l’azione della forza perché “esprimere la forza, esprimere il peso, la resistenza, questo è fare design”.
Non si può non riconoscere la traccia di Otto Frei, peraltro dichiarata, l’originale architetto tedesco che nel 1972 firma la tensostruttura dello stadio di Monaco ma anche il grande teorico e studioso del rapporto natura, tecnica ed etica. Per Blumer–Frei la Natura si disvela a chi non la usa, ma a chi sa guardarla, meravigliandosi, senza copiarla. E proprio della natura è anche il linguaggio della bellezza, armonia tra forma e funzione. Con questo atteggiamento di stupore e con una passione per la conoscenza tecnica dei materiali secondo Blumer si arriva naturalmente alla progettazione, perché anche “la sedia è prima di tutto una struttura; in realtà la sedia è il pretesto per arrivare al mondo delle strutture”.
Ingredienti polvere di ferro e magneti ed ecco un altro esperimento “magico” che svela il verso e la direzione del vettore forza, tanto odiato sui libri e così semplice nella realtà , al punto da materializzarsi in vezzose spille magnetiche dalle forme organiche.
Maestri come Otto Frei, Fuller e Kahn ispirano il lavoro dell’architetto-designer e lo conducono a dichiarare il vero obiettivo del suo fare: creare strutture continue, come nel caso di Laleggera, che come l’uovo non ha nulla in più di quello che serve, e nella quale la struttura compone la forma.
Infine un piccolo e divertente slide show stuzzica la curiositĂ attorno alle cinque nuove sedute dai nomi evocativi che Blumer proporrĂ durante il Salone del Mobile 2007.
Scardina i preconcetti e lavora sui paradossi per arrivare all’essenza, per recuperare il significato del progetto e predica le leggi della leggerezza e della resistenza per parlare di bellezza. Un modo inedito di fare design e soprattutto un modo seducente di avvicinare al mondo complesso delle strutture leggendone la parte più poetica e così spesso tralasciata.
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