Gabriele Pezzini

5 Marzo 2007




di Ali Filippini

Ironico e a tratti riflessivo, Gabriele Pezzini si è presentato alla serata “Alla Castiglioni” di giovedì scorso presso Design Library con un ricco assortimento di oggetti, di quelli, dice, che lo ispirano nel suo lavoro e che acquista o “trova in giro”.
Inizia con una serie di oggetti “anonimi” che diventano un pretesto per parlare dell’intelligenza dell’oggetto: la mascherina in carta per verniciare (“pezzo dove tutto è giusto”), la molletta di legno per il bucato (interessante anche se “sballata”, quindi in questo senso educativa perché mostra il suo lato perfettibile...); la zip, di cui racconta la storia legata ai tempi di guerra e che definisce come un oggetto semplice ma complesso alla stesso tempo; la foto della sezione di una rotaia; il fiammifero, per il quale dice, citando Enzo Mari, “il progetto di design vale meno della macchina che lo ha prodotto” e che rientra in quella serie di oggetti che “ti fanno scoprire la loro sorgente” e consente anche l’esercizio del catalogarli, visto che in questo caso non è poi chiaro se l’oggetto in questione sia o meno design… Quindi il timbro, che ha un legame con la riproducibilità della parola e del segno – cosa che in qualche modo sta anche all’origine della nascita dello stesso design – e “stabilisce una connessione tra passato e modernità”.
Questa lettura di oggetti tocca poi alcuni suoi progetti: come lo sgabello a forma di secchio, dove, fa notare, è il manico a giocare lo scarto tra l’oggetto identificabile come icona o meno; e il gioco del significato e dello “spostamento” torna nel tavolo da pranzo dove il piano è la struttura di una finestra, presa come elemento che gioca tra lo spazio esterno ma anche interno della casa.
Continua con una serie di esempi di packaging (oltre a una divertente digressione sul packaging delle buste per il mal d’aereo, con la comparazione di tre modelli di diverse compagnie) perché lì, fa notare, il design coincide con il puro materiale: e si va dall’esempio della classica busta per la spesa in nylon, alla confezione gonfiabile per oggetti fragili, al tubetto di alluminio che le farmacie riempiono di crema e si presenta già fatto, solo da chiudere. Allo stesso modo una digressione sui materiali, come il nastro adesivo (con cui lui fece un primo oggetto da studente…) “dove la vera invenzione è il collante”; la calamita (ne mostra un rotolo recentemente acquistato per “farne qualcosa” e che dice è rimasto lì…) ma anche un materiale naturale come la sabbia, con la quale recentemente, tra gioco e scoperta casuale (anche se poi raccontata con metodo “scientifico”) si è messo a fare delle forme che chiama “meteoriti” incuriosendo il pubblico su questo fronte di ricerca.
“Design per me - dice Pezzini - è combinare la logica dell’oggetto con la funzione e il suo materiale”; in questo si trova d’accordo con Enzo Mari, col quale dice, nel rispondere a una domanda del pubblico, la pensa alla stesso modo sul fatto che l’unico giudizio sul progetto deve essere quello della “giustezza”, perché l’oggetto alla fine “è quello che deve essere”.
“Gli oggetti sono sempre gli stessi, quello che cambia è il significato per il nostro comportamento, da questa ricerca si può partire e forse c’è bisogno di rivedere il significato delle cose… con le nuove tecnologie oggi non raccogliamo solo oggetti ma attimi e forse sono più questi che ispirano il mio lavoro, queste istantanee dei comportamenti”. Parola di designer.

Link correlati: I giovedì del design in Design Library
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un momento della serata






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