Aldo Cibic

11 Febbraio 2007




di Ali Filippini

I più se lo ricordavano come designer e adesso si sono trovati di fronte una sorta di urbanista; di quelli abituati ad una visione zenitale, che parla di luoghi, di spazi marginali, terreni in cui costruire e pianificare. Del resto il pubblico della Design Library, era stato avvisato da Alberto Bassi, moderatore dell’incontro: “Aldo Cibic è un designer anomaloâ€. Capiranno il perché. Si scusa, anzitutto di non avere portato neanche un oggetto – contravvenendo per una volta alla “regola†delle serata “Alla Castiglioni†– in compenso ci sono una serie di video che illustrano i progetti di cui parlerà diffusamente per tutta la serata. Inizia dal racconto dei suoi inizi: la formazione alla Scuola Politecnica di Di Salvatore (ancora quando c’era Munari), e l’incontro a ventidue anni con Ettore Sottsass di cui diventa socio nei primi anni ottanta con Memphis. “Quindi sono proprio cresciuto alla scuola di Sottsass – dice – ma nel 1989 decido di continuare da solo perchè la mia indole non era quella di seguire un design artistico alla Sottsass.†Per questo si inventerà un’azienda, la Standard, mettendosi a fare il designer imprenditore (avventura abbastanza catastrofica dalla quale, confessa, impiegherà qualche anno per riprendersi..) di oggetti “non assolutiâ€, alla Memphis, ma conviviali (come li definì Ezio Manzini); esattamente il tipo di oggetti che avrebbe voluto vedersi proporre dalle aziende. Ma la svolta, a giudicare da quello che vedremo in seguito, verrà dall’attività di insegnante in Domus Academy, quando inizia con gli studenti ad affrontare una serie di work shop progettuali che avranno in comune l’ â€invenzione di storieâ€- concetto inizialmente un po’ vago ai presenti - che lo porteranno a lavorare intorno all’idea “di una progettualità che parte dal quotidiano, in cui le soluzioni nascono dalle condizioni in cui si viveâ€. Dall’esperienza di questi corsi “viene fuori quest’idea del design dei servizi, che sono poi delle storie vere e proprio dalle quali nascono prodotti e serviziâ€. Alla base di questo “esercizioâ€, c’è la figura di un designer attore creativo nella società che da solo propone un’idea senza aver bisogni della figura mediatrice dell’imprenditore: un designer imprenditore di se stesso, in un certo senso, che trova personalmente gli ambiti e i modi per realizzare i propri sogni (e li chiama esattamente così). È questo, infatti, il progetto che interessa direttamente il nostro negli ultimi anni, perlomeno da, quando, dopo una mostra nel 2003 allestita nel suo stesso studio, New Stories New Design, inizia a trasformare alcuni di questi lavori in progetti di comunicazione. Tanto che sei saranno presentati in un’edizione della mostra d’architettura alla Biennale di Venezia. Progetti che passa in rassegna, spiegandoli mentre il pubblico vede i brevi filmati che li raccontano (la reinvenzione dei lavori degli ambulanti; nuove forme partecipate di ristorazione..) e che hanno come comune denominatore il fatto che qui “il design decide di occuparsi di problemi di relazione creando delle microeconomieâ€. A questo punto, è Alberto Bassi a chiedere come si risolve il ruolo del designer in un contesto simile, ottenendo in tutta risposta che “ il designer è l’attore creativo nella società, l’unico che rispetto ad esempio alla figura dell’artista può essere operativo; io – continua Cibic – non sono capace di creare o reinventare dei modelli per fare un design che si esprime attraverso la forma o lo stile, io sono interessato ad un tipo di creatività sulla strategiaâ€.
Il racconto prosegue quindi con la spiegazione dell’altra serie di progetti, Microrealitis, analoghi per modalità di approccio, ma dedicati all’architettura; episodio complesso della sua avventura professionale (“un po’ un cosa avrei fatto se avessi fatto l’architetto.. diceâ€) che ha visto coinvolto lo studio per due anni di lavoro su quattro temi, tre dei quali verranno presto realizzati a scapito della loro complessità rispetto ai precedenti dedicati al design. In questi casi specifici sulla grande scala è la strategia dei processi, come fa notare, a risaltare in primo piano e non l’architettura, il costruito (“deduco i prodotti dalle attività del posto e dall’altra parte invento delle attività, questo il metodoâ€). Lo sforzo, infatti, è quello di “raccontare i processi dalla parte dell’uomoâ€, il che si è cercato di rendere evidente anche nella costruzione stessa della rappresentazione del progetto con l’impiego di video, di modelli in scala animati dalla rappresentazione volutamente naif ma dalla forte empatia.
Sul finale Valerio Castelli, invitato a dire la sua, ironizza sul designer venuto a parlare “di sogniâ€, ma che nel frattempo continua a fare design e lavorare a progetti importanti come l’ultimo, in progress, per le nuove sedi Rinascente. Ricordando ai presenti le altre attività di Cibic, designer anomalo che per una sera ha voluto raccontarsi con tante piccole storie.

Prossimo appuntamento alla Design Library, Giovedì 15 febbraio ore 21.00 con Ampelio Bucci.
I giovedì della Library si svolgono con il contributo di Olivetti e con il patrocinio di ADI.


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