“Sono un osservatore, non un critico”, dichiara Virginio Briatore e “credo nell’indivisibilità del bene e del male”. Studioso dei linguaggi contemporanei e di “lifedesign” Briatore preannuncia l’intenzione di guardare in profondità e con un pizzico d’indulgenza al complesso e articolato panorama della nuova scena progettuale italiana, tema di questo nuovo appuntamento con “I Giovedi del design” che trova il suo pretesto nella mostra Il paesaggio mobile del nuovo design italiano, in scena presso la Triennale di Milano.
La promessa di astenersi dal giudizio viene sostanzialmente mantenuta lungo le due ore del dibattimento, non senza qualche tentennamento: al significato e al significante della nuova progettualità sono chiamati a pensare tutti, nella fattispecie un pubblico infinitamente toccato dal tema. Sono altrettanto “giovani” e imbarazzati, infatti, i designer presenti in sala, uniti nello sforzo non indifferente di attribuire uno status preciso allo scenario del nuovo design italiano. Annosa questione che si ripresenta ad ogni nuovo appuntamento con il fare punto della situazione: come sta il design oggi?, e chi fa design?. Sono molti, dice Briatore, “25.000” in Italia dal ’91 a oggi; molti di più di quando Cristina Morozzi, nell’87, presentava “I Nuovissimi”, molti e forse più inascoltati. La mostra di oggi ne delinea i profili, ma è solo una piccola porzione nel mare magnum, e già questo basta per decidere che il panorama del giovane design italiano è simile a una costellazione, che dopo qualche tempo d’incubazione ha finalmente preso posto “nel cielo dell’esistenza”. Da Morozzi a oggi l’universo del design si caratterizza ancora e soprattutto, visto la collocazione nell’epoca schizofrenica per eccellenza, per il continuo avvicendamento di idee e progetti, nonché di attori ovviamente. Turnover e cambiamenti di prospettive, insieme all’inevitabile caducità dell’oggetto di consumo, sono l’ostacolo principale alla definizione esaustiva di uno stato dell’arte per il design, oggi come ieri. Difficile stare dietro alla transitorietà : Briatore cita Sottsass, il brano degli Scritti in cui questo ricorda come negli anni ’80 “il successo del design era scoppiato al pari di una supernova”; ovvero quando il design seppe annoverare quanti più seguaci possibili ma il cui declino coincise con la familiarità del consumo.
“Gli oggetti sono destinati a scadere, al contrario dei progetti (…). Quando si fa una mostra si dovrebbero presentare i progetti”, un commento dal pubblico. Il progetto - tracciato, scritto, annunciato - definisce più puntualmente le prospettive; le intenzioni sono chiarificate e supportate. Sulla scena del design i fruitori hanno bisogno di cogliere orientamenti e stili, di fermare un’identità che tende a fuggire via insieme al flusso delle cose nel tempo. A questo proposito Briatore suggerisce, implicitamente, un diverso punto di osservazione, che in qualche modo questa mostra impone: rinunciare agli stili consolidati e riconoscibili e insieme alle equazioni classiche che vedono nel design l’immancabile espressione della categoria “furniture”. Se gli stranieri piacciono agli italiani, e in particolar modo gli olandesi, allora “una puntina vale mezza Olanda”, perché grazie a questa mostra siamo entrati nel cuore dell’esistenza, il quotidiano, la piccola taglia dell’inusato. L’anonimato dell’oggetto è un valore aggiunto, sostiene Briatore, così come la produzione libera e svincolata da regole e coordinate, fuori dal raggio d’azione delle aziende; la messa in scena delle piccole cose innocue è una forma di “resistenza” al must be del prodotto tradizionale e insieme il racconto della “banalità ” con il suo universo fitto di significati, che tra l'altro, sottolinea Briatore, ci ricorda la nota affezione di Castiglioni per gli oggetti anonimi.
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