Pagine di design: Philippe Daverio
Forse tutto è design.
Come premessa al discorso che sta per tenere al pubblico della Design Library, Philippe Daverio ha esordito lo scorso giovedì con un: “Vi parlo di un mondo che alcuni, come noi brontosauri (riferendosi a se stesso e a Valerio Castelli, coetanei) hanno conosciuto, in cui il design si è eretto per poi afflosciarsi. Un momento ben diverso rispetto a ciò che è la realtà di oggi. E comunque il fatto che siano presenti molte persone questa sera dimostra che il tema è ancora molto interessante, cosa che di certo non succederebbe se si parlasse di moda. E quindi ci occupiamo di una cosa calda.”
Un quesito anzitutto, continua il critico: perché si utilizza una parola inglese (che in realtà è francese perché proviene dalla parola dessin) per definire qualche cosa che si fa in Brianza?
A ruota libera sembra, ma in realtà con profondi e circostanziati salti logici e storicamente consequenziali passa a dissertare sulla Barcelona di Mies arrivando a dimostrare che, pur essendo considerata un’ icona del design è all’esatto opposto di un oggetto industriale, in quanto originariamente prodotto artigianalmente per l’esposizione nel padiglione architettonico della Germania.
Da qui, con un rapidissimo flusso di parole pronunciate senza esitazioni e senza lasciare mai pause di riflessione, arriva al concetto di design come modo di concepire il mondo.
Interrompendolo, Alberto Bassi, moderatore della serata, aggiunge che in effetti ci si interroga su come oggetti di design diventino icone - classici in altre parole -ricevendo come risposta: perché sono "la visione del mondo". Il design che diventa classico è l’oggetto che stabilisce una concezione del mondo.
E come esempio porta quello del designer Verner Panton raccontando di aver riconosciuto nella sua casa la "visione del mondo" e di quanto la sua famosa sedia fosse il prodotto terminale del gioco di curve che si trovava nella sua abitazione. E affermando che la forma della Panton Chair non è affatto una necessità della macchina (moulding) quanto una necessità della psiche.
Il design è una visione per immaginare il mondo che parte dalla matita. E qui Daverio si collega ai modi di scrittura del passato, a quando si usava il calamo nel decimo secolo: una scrittura lenta, leggera poiché bisognava intingere spesso il pennino prima che arrivasse la piuma d’oca ad accelerare la scrittura, anche dei documenti…
E poi, senza che il pubblico si accorga del cambiamento di epoca, arriva agli anni 40 del secolo scorso, ai giovani colti milanesi di allora, fondatori del design italiano. I maestri come Magistretti, Albini, Ponti, Caccia Dominioni che provenivano tutti da famiglie agiate, colte, storiche, da un mondo ovattato godendo di un “acculturamento” come lo chiama Daverio, profondo ma che imposero una visione del mondo nuova, con valori democratici rispetto al ventennio precedente, animati dall’idea di migliorare la vita… “Una sorta di Bauhaus all’italiana – lo definisce Daverio –, al risotto”. Questi personaggi vivevano a stretto contatto con gli artisti che frequentavano il famoso Bar Jamaica del quartiere Brera: ed ecco spiegarsi perché un Marco Zanuso possedeva opere di Fontana (pagate come migliaia di lire in un momento in qui l’artista non era noto).
Ancora Alberto Bassi interviene osservando che si è detto anche che il design fosse figlio della Resistenza…
E Daverio incalza: “Sì, ma non quella armata, quella alla noia dell’estetica… del balcone dal quale declamava Mussolini”. E questa estetica trovava un suo parallelo nel mondo industriale portando l’esempio di Adriano Olivetti definito come “un faro” che mise in atto un’operazione di riprogettazione del tipo di vita con la conseguente riprogettazione estetica dell’oggetto. Olivetti, afferma Daverio, “Fu motore del design italiano che prese la strada negli anni 50”.
Un secondo “momento ideale” viene indicato da Daverio nell’occupazione della Triennale: “ci siamo divertiti moltissimo: non avevamo mai vissuto in 'senso etilico'. Ma non ha lasciato traccia!… Fu il periodo in cui Ettore Sottsass scoprì l’India e trasformò Shiva in un mobililetto”…
Poi, dice ancora senza pausa, la rivoluzione si è fermata e la generazione dei quarantenni di oggi si trova un po’ “fregata”, fuori dalla conflittualità che per una sorta di regola che vede rivoluzioni ogni 40 anni avrebbero dovuto affrontare (è stata la caduta del Muro di Berlino). E allora: aspettiamo al varco i venticinquenni. “Credo che il panino sia oggi in mano a chi reinventerà la visione del mondo immaginando che il vivere sia un’altra cosa… La questione critica attuale e il dibattito teorico siano in mano ai designer, dopo che urbanistica e architettura hanno sbagliato. Perciò possiamo oggi immaginare un landscape design e un city design, andando di molto al di là della tazzina”.
Dunque ci si domanda: qual’ è lo specifico del lavoro del designer?
“Il vero designer ha una visione del modo che tiene conto del mondo e ha il pathos e la capacità di capire cosa serve. Sono passaggi che servono ad assorbire il mood” risponde Daverio.
I venticinquenni hanno un compito serio: prepararsi alla rivoluzione: e gli manca il riferimento agli attuali quarantenni il cui anello di congiunzione si è rotto. Come si fa a sovvertire il mondo con una mancanza di riferimenti di discussione e dove non esistono centri di aggregazione, dove la società non ha strutturazione? Si chiede Daverio aggiungendo, per l’occasione: “meno male che hanno fatto la Design Library! Ma è talmente estranea che gli hanno dato un nome inglese!”
Dalla prima fila Giulio Iacchetti interviene definendosi il “testimonial” di questi quarantenni che hanno mancato l’appuntamento con la rivoluzione. Con la sua fine ironia dice “E’ difficile fare la rivoluzione con un cucchiaio!” riferendosi a una frase di Branzi che disse: “Voi siete la generazione che progetterà dal cucchiaio al cucchiaio”. Ma replicando alla mancata aggregazione lamentata da Daverio replica con l’esistenza della rete identificata come elemento ormai fondamentale per coprirne la carenza. “Senza di essa non avremmo potuto realizzare i progetti collettivi”.
In effetti, replica Daverio, grazie alla rete oggi si può essere designer lontani da Milano. E’ che la rete rimane virtuale e non diventa concreta. Siamo su una frontiera di un mondo che si sta inventando tra virtuale e reale.
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