Si è svolto ieri sera nelle sale sovraffollate della Design Library di via Savona, il penultimo appuntamento con i giovedì del design prima della pausa natalizia. Protagonista della serata “alla Castiglioni” l’architetto Piero Lissoni che, con un brillante intervento a metà tra il confidenziale e il serioso, ha trascorso un paio d’ore in compagnia di un pubblico eterogeneo composto da studenti, da professionisti e anche dai rappresentanti di alcune delle aziende con cui Lissoni collabora quali Paolo Boffi e Roberto Gavazzi, rispettivamente presidente e Amministratore Delegato di Boffi e Giovanni Ferrario Amministratore Delegato di Olivetti.
L’architetto Lissoni esordisce dicendo che in una serata “alla Castiglioni” si sente come “un giocatore di calcio dell’oratorio contro Pelè” e che quindi preferisce incentrare il suo intervento sulla sua esperienza professionale, anticipando che più che un designer preferisce definirsi “un architetto a 360 gradi” come vuole la sua formazione al Politecnico di Milano. Durante i suoi anni di università Piero Lissoni è stato allievo sia di Castiglioni che di un’intera generazione di professionisti da cui ha imparato, al di là delle nozioni tecniche, un principio che sembra stargli veramente a cuore nel suo lavoro e cioè la curiosità nei confronti della realtà quotidiana.
Affrontando l’argomento dell’iter progettuale ci racconta che secondo la sua esperienza non c’è una sostanziale differenza tra il progetto di design e quello di architettura perché in entrambi i casi il progetto è segnato da tre componenti fondamentali che sono la ritualità , l’apertura mentale e il senso della misura. La ritualità , primo elemento sui cui agire per la creazione di un’innovazione, viene intesa proprio come l'insieme e la concatenazione delle “norme” che disciplinano lo svolgimento di un'azione, successivamente l’apertura mentale analizza l’azione avvalendosi di un tipo di informazione “a 360 gradi” (perché “non possiamo pensare di rimanere nel circolo dello stesso sistema per progettare qualcosa”) e il senso della misura, sia nella sua accezione più concreta di strumento per la determinazione di una grandezza omogenea e quindi di “unità ” di misura, che come mezzo di misurazione (dell’uomo rinascimentale, dell’architettura a dimensione umana, del tempo legato al processo di progettazione…) dà la giusta forma al contenuto.
Per rendere più chiare le tappe di questo percorso, e come vogliono le “regole non scritte” delle serate “alla Castiglioni” della Design Library, Lissoni ha portato alcuni oggetti da mostrare al pubblico. Li chiama strumenti di lavoro “fisico e metafisico”.
Parlando della ritualità estrae dalla scatola due progetti per un “invito interattivo”: una bustina trasparente in cui l’invito si rende leggibile tramite la pressione di un bottone centrale che illumina il messaggio, e un cubo in plastica gonfiabile con disegnate delle finestrelle in cui guardare per leggere all’interno le coordinate dell’appuntamento dato.
Premettendo che per lui il suo studio è un posto in cui s’impara, tutti, a partire da lui per primo, ha portato anche dei volumi dalla sua biblioteca; nel presentarli afferma di esortare sempre chi lavora con lui a fare ricerca leggendo. Da Topolino al libro di poesie, da Lezioni Americane di Italo Calvino a un volume sull’opera di Mies van der Rohe, e poi due libri sulla storia del design italiano per sottolineare il fatto che “il progetto è una miscela di interessi”.
Nella parentesi sugli strumenti di lavoro veri e propri confessa che, per il suo rapporto conflittuale con il computer, nel suo studio viene considerato un “pitecantropo”. Ma la predilezione per matita e righello non dipende solo dall’antipatia a pelle provata nei confronti di una contemporaneità patinata e perfettamente disegnata che si rivela vuota già alla seconda occhiata, è legata piuttosto al concetto di misura che aiuta a “mentalizzare” una dimensione, perché, ci fa notare: “Tra un masterplan e una caffettiera a livello di progetto, c’è una grande differenza!!”.
Affermando con un po’ di orgoglio “mi hanno dato la patente del minimalista” prende in mano una tazza giapponese da soba e dice “qui c’è una capacità di astrazione verso l’essenza minimalista la cui intelligenza dura da cinquecento anni…questo è il livello di purezza a cui aspiro ma a cui ancora non sono arrivato”.
Nelle battute finali l’intervento prende toni informali e tra le risposte alle diverse domande poste dal pubblico Lissoni ci parla del suo rapporto con il tempo. “Il tempo è un meccanismo inderogabilmente preciso” afferma, “il progetto è legato a doppio filo con il fattore tempo perché è un processo stabilito da regole di costi, regole umane… precise” e subito dopo: “il mio concetto di tempo, invece, è assolutamente elastico… se pensate che Alessi mi ha chiesto di disegnare orologi!!”
Prossimo appuntamento alla Design Library, Giovedì 30 novembre ore 21.00 con Philippe Daverio.
I giovedì della Library si svolgono con il contributo di Olivetti e con il patrocinio di ADI.
Link correlati: I giovedì del design in Design Library
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- Pagine di Design: Vanni Pasca su "Gardella e il design"
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