Giovedì ADI: Quale museo per il design?
Pubblico numeroso, serio, attento al terzo atteso incontro dei “Giovedì ADIâ€. Attento e serio perché l’argomento è annoso, ha stimolato nel tempo non poche riflessioni (spesso polemiche) e c’è da aspettarsi che continui a farlo. Moderati da Alberto Bassi, sono intervenuti alla serata del 9 novembre, nell’ordine, Pietro Petraroia di Regione Lombardia, Andrea Cancellato direttore generale della Triennale, Claudia Donà di Fondazione ADI e Francesca Appiani di Museo Alessi. Interessanti e costruttivi i punti di vista di ognuno dei relatori che non hanno mancato di annunciare iniziative e novità sul tema. A partire da quella di Andrea Cancellato che ha ufficializzato gli inizi dei lavori per la costruzione del Museo del Design alla Triennale di Milano (sbilanciandosi anche sul loro termine: entro un anno); di quella, importantissima, espressa da Claudia Donà sulla futura realizzazione del Museo della Collezione del Compasso d’Oro la cui sede sorgerà nei pressi di piazza Tripoli a Milano; infine della serie di eventi organizzati dall’Associazione Musei Impresa raccontati da Francesca Appiani (il programma è su www.museimpresa.com).
Il primo intervento della serata, quello di Pietro Petraroia di Regione Lombardia, da anni impegnato nell’ambito della salvaguardia, ha esordito con una metafora nella quale il riconoscimento del design è paragonato a una sorta di percorso all’interno di una foresta in cui ci si inoltra incontrando specie sempre nuove, districandosi fra qualcosa che è stato coltivato e qualche altra cresciuta spontaneamente. “Questo tipo di percezione – ha spiegato Petraroia - ci dà l’idea che conservare ha più che altro a che vedere con la conservazione della memoria. E quando questo ha a che vedere con l’impresa diventa storia dell’impresa e delle sue trasformazioni, almeno per quelle per le quali il tema dell’identità del marchio diventa modo di essere riconosciuti nella propria identità … E’ un po’ come camminare in un territorio nel quale crescono elementi spontanei non coltivati e per questo non è pianificabile. Sembra perciò difficile realizzare un vero museo del design se non lo si concepisce come un ingresso importante a un mondo che in Lombardia vive intensità e percorsi singolari. In questa prospettiva Regione Lombardia ha voluto promuovere l’accordo di programma per la realizzazione in Triennale del museo che nasce, come prodotto di rete, tra molte difficoltà di confronto, di linguaggio ma che per questa capacità unitiva, e di promozione di un rapporto, produce veramente ricchezzaâ€. Sottolinea Petraroia infine che questo è uno dei rari casi nei quali c’è una partecipazione numerosa di soggetti privati, non certo perché si sentano benefattori ma perché si sentono coprotagonisti del processo. “Credo sia giusto che l’iniziativa trovi realizzazione in Lombardia e parta da subito per essere un punto di accesso e confronto, uno dei nodi decisivi per sottolineare la ricchezza del nostro territorio. Parlo della Lombardia e probabilmente questo tipo di approccio potrebbe essere esteso ad altre realtà , ma resta il fatto che la Lombardia rappresenta il punto nodale di una qualsiasi politica della tutela. Sarebbe bello – ne parlavo ieri con Rampello – che si riuscisse a rompere le paratie dei generi anche dal punto di vista amministrativo in tema di creatività . Di fatto non bisogna perdere la dimensione della relazione fra entità molto diverse fra loro, in questo mondo della creatività che ormai vuole riconoscersi nella propria storia per guardare allo spessore del presenteâ€.
Il tema dell’accordo di programma con la Triennale di Milano ha aperto la strada all’intervento di Andrea Cancellato che ha sottolineato quanto, dopo le numerose false partenze si possa finalmente annunciare ufficialmente l’inizio dei lavori per il Museo del Design alla Triennale di Milano, la cui apertura è prevista fra un anno. Il tema attorno al quale si è lavorato verteva su “che tipo di museo†partendo dal concetto di conservazione della memoria. Ma il tema – ha spiegato Cancellato – verte anche sulla “rappresentazione di un sistemaâ€, e su “perché facciamo un museo del design†e come vive la sua rappresentazione. Ovvero: vogliamo un museo del design per gli studenti, per le scuole, oppure un museo per i turisti o, ancora, per i ricercatori? Insomma: museo significa anche ricerca e questo è possibile in Triennale dove esiste un archivio, luogo della conservazione della memoria. Espresse queste considerazioni, Cancellato ha poi sottolineato l’attuale importanza del sistema design che, soprattutto in Lombardia gode di una fitta rete che comprende oltre all’ADI e alla Triennale anche le imprese che insieme costituiscono un enorme museo del design italiano, molto diverso dalla realtà esistenti in altri paesi che hanno larga parte delle loro collezioni rinchiuse nei magazzini. Andrea Cancellato ha infine dato un’altra anticipazione su una mostra che aprirà a gennaio in Triennale con il titolo New Italian Design, definendola come una delle attività già in essere del futuro museo. “Ecco che la connessione con l’attività contemporanea esprime la sua forza – ha detto Cancellato –. Anche all’estero questo museo diventerà un polo di confronto, spero positivo. Ma questo dovranno giudicarlo gli altriâ€.
Riprendendo la metafora espressa da Petraroia, Claudia Donà ha avviato il proprio intervento definendo il design come una foresta fatta di tante diverse specie. Al doveroso e affettuoso ringraziamento all’operato di Giulio Castelli, grazie al quale la Collezione del Compasso d’Oro è stata riconosciuta patrimonio nazionale, ha fatto seguire l’annuncio ufficiale della realizzazione della sede per il museo della Collezione del Compasso d’Oro a Milano, che si compone ormai di 2000 pezzi. Per Claudia Donà è importante aggiungere ai concetti espressi dai relatori precedenti, conservazione e memoria, anche quello di “cultura del cambiamento†e quello di “militanza civile†all’interno di un museo del design perché, ha spiegato “è una foresta che deve recuperare le capacità di rimettere insieme i pezzi†in un grande sforzo di catalogazione che sia in grado di trasmettere la storia dell’oggetto al visitatore.
Perché, ha incalzato Bassi, è importante dare l’idea che il museo debba esistere “per la vita delle cose non per la morte delle coseâ€.
L’intervento di Francesca Appiani sull’esperienza del Museo Alessi è stato introdotto come l’esempio che meglio interpreta la relazione fra la vita degli oggetti e la sensibilità nella loro gestione scientifica. “Fare ricerca significa valorizzare la storia dell’impresa†ha spiegato Francesca Appiani che da ormai dieci anni, parallelamente allo sviluppo del Museo Alessi si occupa dell’Associazione Musei Impresa. Il panorama dei musei di impresa è molto variegato e diversificato: negli archivi di impresa si trovano tante storie fatte di tecnologie, costumi, design, territorio. Nel caso di Alessi, ad esempio, si trovano storie legate al design della tavola. Fra gli scopi di questa associazione, quello della ricerca svolge il ruolo di connessione con la vita attiva dell’impresa; spesso accade che i materiali raccolti servano come spunti per nuove collezioni. In particolare, il Museo Alessi nasce per una funzione operativa: Alberto Alessi voleva custodire una storia sia dei progetti realizzati sia di quelli “congelati†(mai realizzati), fonti di informazioni utilizzabili. “Seguendo la lezione di Castiglioni – ha spiegato Appiani – abbiamo creato una collezione di oggetti-suggestioni anche anonimi arrivando a 15.000 pezzi. E quando Alberto Alessi incontra un nuovo progettista lo guida fra quegli oggetti per mostrargli la storia della sua aziendaâ€. Un’altra funzione del Museo Alessi è legata al concetto di collezione – 15.000 oggetti, 14.000 disegni, 20.000 foto – che parlano di storia del progetto: “Noi archiviamo la storia dell’oggetto e del progetto. E, proprio per il grande lavoro che sta dietro a ogni oggetto, diverse volte all’anno riceviamo richieste di prestitoâ€.
Ascoltati tutti i relatori, il moderatore ha posto loro la difficile questione legata alle modalità di presentazione ed esposizione degli oggetti, osservando quanto sia spesso deludente trovarsi di fronte a realtà puramente didascaliche.
Secondo Francesca Appiani il miglior modo è avere un archivio ben organizzato e organizzare allestimenti temporanei.
“Il nodo è tenere insieme memoria, archivio, schede, approfondimenti – ha risposto Cancellato – abbiamo la necessità che non diventi vecchio subito e inviti a tornare richiamando altri visitatori per poter continuare a mantenere vivacità e stimoli… Il problema è proprio quello di costruire il punto fermo e il museo deve poter anche cambiare allestimento ogni anno, rinnovare l’approfondimento critico per scoprire che dentro una storia del design italiano ce ne sono molte altre che affronteremo con l’aiuto di specialisti italiani e internazionali… E’ chiaro – ha concluso Cancellato – che ci attende un lavoro duroâ€.
Con ottimismo, Claudia Donà ha osservato che “con la storia che ha il design italiano, credo che il modo di esporre lo troverà †per poi chiedere a Cancellato come intenda gestire questa rete di informazioni. “Il problema – ha risposto Cancellato – è connettere le singole attività pur mantenendo le specificità . La rete è innanzi tutto luogo di libertà e dovrà lavorare con soggetti che vi possano accedere per connettere i giacimenti del design italiano. Ci sarà una relazione tra tutti i soggetti della rete. E il percorso non si esaurisce di certo con l’inaugurazione del museo del designâ€.
“Una rete funziona e serve se ogni nodo aiuta e propone agli altri - mette in guardia Petraroia -. Se invece rete significa definire i confini fra una realtà e l’altra, allora tutto il resto sono ‘stupende tecnicalità ’. Connessa alla dimensione del riconoscimento bisogna diventare capaci di risolvere il problema dell’allestimentoâ€.
Con il nodo irrisolto del “come esporre il design†si è conclusa la serata, con un monito di Maurizio Morgantini, presidente Fondazione ADI: “ deve essere un museo di tutti, inteso come acceleratore di progettualità . Perché c’è al momento una grande latitanza di progettualità . Che è la finalità più importanteâ€.
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- Alla Castiglioni, Ico Migliore e Mara Servetto
- Pagine di Design: Vanni Pasca su "Gardella e il design"
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